I NOSTRI RACCONTI: UNA STORIA DI SOLIDARIETA’ - Racconto di Carlo Oliva
 
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    I NOSTRI RACCONTI: UNA STORIA DI SOLIDARIETA’

    Racconto di Carlo Oliva

    Una storia vera, uno spaccato di vita a testimonianza che non occorre andare lontano per trovare esempi importanti di solidarietà e umanità.

     

    Racconto di Carlo Oliva

    Raccolto dalla classe terza di Fara F. Petri

    Prima di raccontare episodi da me vissuti durante la guerra del ’43-’44, io dico questo: l’uomo che ama la guerra non ama se stesso. La guerra distrugge la cultura, impoverisce la Nazione. Tra i popoli rimane odio e rancore e tante famiglie restano nel lutto e nel dolore.

    Io avevo 8-9 anni. Ricordo così bene certi episodi accaduti in questa casa.

    Vi erano 3 soldati tedeschi addetti alla riparazione delle armi. In questa stanza era stata installata un’officina. Ricordo i nomi dei soldati: Rudolf, Giorgio e Josef.

    Per vedere se le armi riparate funzionavano, sparavano da questo balcone ai piccioni che si posavano sul tetto o sulle soglie delle finestre in fondo alla piazza. Dal terrazzo dietro il muraglione, sparavano agli uccelli che si posavano sui rami degli alberi.

    Se andava bene, dicevano: ”Javul, javul!” con delle risate tra di loro.

     

    In quel periodo noi abitavamo in piazza Diaz, in casa di uno zio di papà che stava in America. Vi era anche la bottega di sarto di papà dove di sera, fino a tarda notte, in assoluto silenzio, in tanti sentivano Radio Londra che dava informazioni sulla guerra in corso.

    Al Parco della Rimembranza, in casa di Rocco e Biagio Rosano, i tedeschi avevano messo un deposito di vitto cucina e mensa per i loro soldati La casa era piantonata da due soldati, davanti al portone. Si dà il caso che il soldato Rudolf si presenta alla bottega di papà, sarto, con due ufficiali tedeschi per chiedergli di aggiustare a questi la divisa e il pastrano. Papà si mise subito a lavorare e, dopo una settimana, aveva terminato e disse a Giorgio: ”Le divise sono pronte”. I due ufficiali vennero con una macchina, misurarono le divise e nacque con papà una certa simpatia. Quando videro che era zoppo, lo salutarono con delle pacche sulle spalle, facendogli capire di stare tranquillo: “Tu niente guerra, nai nai”.

    Un giorno vidi Giorgio sparare ai piccioni. Mi appostai all’angolo del Palazzo Amoroso e corsi a raccogliere un piccione morto. Lo portai a casa senza farmi vedere mentre lui, Giorgio, cercava il piccione intorno alla piazza. Si accorse che ero stato io a prenderlo. Prese la pistola e me la puntò in faccia. Io gridai chiamando mamma e papà che si affacciarono al portone. Vedendo la scena, mamma si mise a gridare (e distrasse Giorgio), ed io scappai dalla rua verso la discesa del Frainino che porta alla Fonte della Terra. Giorgio non ce la faceva a corrermi dietro, mi chamò e rimise la pistola nella fondina convincendomi a tornare da lui ed insieme a me volle andare da mamma per farle vedere che la pistola era scarica.

    In quei giorni, girava voce di imminenti bombardamenti a Orsogna, Arielli, Ortona e tutti i dintorni. Un giorno, nonno Giuseppe (padre di papà), proprietario di una masseria a Balveroni, tornò prima del previsto e si recò alla bottega di papà. Lo chiamò in disparte e gli disse: “Ndrè, ndrè dentr a la massarie si sente nu lamente, a me sembre nu lamente di persone, mannemice ssu quatrale a vedè chi po esse”. Io ero entusiasta di svolgere quel compito e chiamai il più caro amico d’infanzia, che era del Colleceso. Con quattro salti arrivammo alla masseria. Io cominciai a chiedere urlando: “chi sei? Fatti vedere!” Lo chiesi più volte, ma nessuno rispose. La porta era a due ante; io le aprii togliendo la mazza che le teneva chiuse; iniziai a domandare: “Chi sei? Chi sei?”. Nel frattempo, presi una canna e la infilzai nel mucchio di paglia. All’improvviso vidi la paglia muoversi: venne fuori un uomo ben vestito, con la barba bianca e sporco. Gli chiesi come si chiasse ma lui mi disse solo: “Parma, Parma”. In quel momento, ebbi un po’ di paura, ma lui mi fece capire che non dovevo avere paura, e che lui aveva fame. Me lo fece capire a gesti. Io, di corsa tornai a casa per dire quello che avevo visto. Papà chiamò mamma per dirle di prendere un pezzo di pizza lievitata, fatta con farina mista a farina di granturco, e tornai a portarlo a quella persona. Papà mi disse di stare attento ai tedeschi che vigilavano il paese. Per diversi giorni, andai alla masseria per portare qualcosa da mangiare a quell’uomo strano e misterioso. Nel frattempo, si cominciò a dire che erano arrivati gli Alleati inglesi e stavano per attraversare il fronte, verso Casoli. Passò qualche giorno, e gli Alleati inglesi e canadesi entrarono dai confini che portavano al Colleceso. misero piede sul territorio di Rapino con canti e musica. Buttarono dolci e cioccolata verso la popolazione. Il giorno dopo, tornai nella masseria ma quell’uomo non c’era più. Io penso che si sia messo in mezzo ai soldati della liberazione. I tedeschi, vistisi sopraffatti dai soldati inglesi, canadesi e partigiani, cominciarono la ritirata, prendendosela contro il popolo con ricatti e rappresaglie. Vi sono stati alcuni morti. Molte famiglie, vedendo quello che stava succedendo, scapparono dal paese. In tanti ci rifugiammo nella Grotta del Colle, senza niente da mangiare.  I miei genitori nascosero dentro un baule, dietro il muraglione, sotto fascine di viti e canne, quel poco che c’era da mangiare: fagioli, un po’ di lardo, lo strutto e un po’di farina. Per mangiare, si doveva tornare ogni tanto a prendere qualcosa, mentre i tedeschi pattugliavano la zona. Io e Concetta Cellucci, un giorno, prendemmo il “bucco” (una specie di sacchetto che si metteva al somaro per farlo mangiare), andammo in paese, prendemmo dal nascondiglio del cibo quello che ci aveva detto la mamma e tornammo verso la grotta. Alla piana prima di scendere verso la grotta ricevemmo una sventagliata di mitragliatrice da un aereo piccolo. Ci nascondemmo dietro due alberi di ulivo. Cessata la ‘’tempesta’’, rientrammo alla grotta. Eravamo stati scoperti.

    Qui si interrompe il racconto che Carlo Oliva ci ha fornito per iscritto. La storia, però, ci è stata raccontata anche a voce quando siamo andati a trovarlo. Riportiamo le cose che ci ha raccontato:

    “Dovevamo andar via dalla grotta. Andammo a rifugiarci presso la famiglia Perseo di Pretoro. Ci restammo per qualche mese fino a quando la guerra finì. Dopo la liberazione ritornammo nelle nostre case a Rapino. La nostra casa era stata colpita da una bomba e il tetto era crollato. Quando abbiamo messo a posto, abbiamo ritrovato queste schegge di bombe. Eccole, mio padre ha voluto conservarle e io le ho prese per farvele vedere. Però non abbiamo conservato solo queste schegge. Abbiamo conservato anche l’amicizia con la famiglia Perseo e con i tre soldati tedeschi, Rudolf, Giorgio e Josef. La famiglia Perseo è emigrata in Canada. Ci siamo tenuti in contatto per molti anni scrivendoci lettere. Anche con Rudolf, Giorgio e Josef ci scrivevamo. Qualche anno fa è morto Giorgio.”

     

    L’umanità e la solidarietà della gente ha permesso a tanti di affrontare le difficoltà della guerra e sopravvivere. Questo è dimostrato soprattutto dal soccorso dato da Carlo Oliva (e dalla sua famiglia) allo sconosciuto nascosto nella masseria e dall’accoglienza data dalla famiglia Perseo di Pretoro alla famiglia di Carlo. Il forte legame che si è creato tra la famiglia Perseo, i soldati e la famiglia di Carlo si è mantenuto saldo negli anni nonostante la distanza.

     

                                                                                          Gli alunni della terza media di

                                                                                                        Fara Filiorum Petri

                                                                                                                                  

     

     

    di Caporedattore Istituto Comprensivo Fara Filiorum Petri


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