PIANETA MAKAROV - ROCCA
 
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    PIANETA MAKAROV

    ROCCA

    PIANETA MAKAROV

    Mi ricordo ancora le esatte parole di Makarov, mio amico e capo del dipartimento della Nasa: -Senti Iàn, non so come dirtelo quindi sarò schietto: nel controllo annuale ho riscontato un brutto tumore alla tua spina dorsale, credimi, non avrei mai voluto darti questa notizia e poi proprio  a te:  preferirei non mandarti più in orbita, è per il tuo bene.

    Cinque minuti per distruggere otto anni di sogni e di speranze.                                                                    

     

    Mi chiamo Iàn e ho 30 anni, sono nato il sette luglio 2072 in una cittadina della California, Hawkins. Ho sempre vissuto con mio fratello e mia madre, non ho mai conosciuto mio padre, ma tutti dicono che gli assomiglio molto, in effetti dalle foto che ho potuto recuperare, devo dire che siamo simili, entrambi alti circa 1,80 ed entrambi con capelli biondi. Gli occhi, quelli no, li ho presi da mia madre, azzurro scuro, quasi blu, cosi profondi che ci si poteva perdere dentro.

    Fin da piccolo volevo fare l'astronauta e per questo studiai tanto, così il 25 aprile 2099 il mio sogno si realizzò: andai per la prima volta nello spazio insieme ad altri tre colleghi, ma molto più esperti di me.

    Non era una missione difficile, dovevamo solo controllare che un satellite, messo in orbita qualche mese prima, stesse svolgendo regolarmente il suo compito e nell’eventualità di qualche danno,  riprogrammarlo. Ci vollero venti 20 giorni e per me fu l'esperienza più bella della mia vita.

     

    Il 19 agosto, sempre nel 2099, andai di nuovo nello spazio e vi stetti due mesi, ma al ritorno, come era da protocollo, fummo visitati e dai controlli risultò la presenza di un tumore osseo: la mia carriera di astronauta era finita e anche la mia vita stava volgendo al termine, ma desideravo tornare nello spazio ancora per un ultima volta.

     

    Avete presente quando si ha l'impressione che sia accaduto un miracolo? Circa undici mesi dopo mi chiamarono e mi proposero un viaggio sperimentale su un pianeta da poco scoperto. Makarov non era d’accordo, la mia salute infatti, nonostante le cure, peggiorava di giorno in giorno. Sul momento non pensai alle conseguenze e accettai subito. La missione prevedeva la raccolta di campioni e la documentazione  attraverso foto e video, le scorte e l’ossigeno sarebbero stati sufficienti per 10 mesi. Saremmo partiti in quattro, ognuno nella sua capsula.

    Furono necessari trenta giorni di preparazione e solo dopo conobbi i miei compagni d'avventura.

    Feci la loro conoscenza nella sala di attesa del dipartimento; Jonathan era seduto scomposto su una sedia, ma si vedeva che era alto, aveva i capelli nero pece e gli occhi azzurri. 

    -Salve, io sono Iàn, anche tu qui per il viaggio sperimentale?-. Alzò lo sguardo verso di me, si ricompose, poi si alzò in piedi e strinse la mia mano che avevo teso in precedenza: -Ciao amico, sì anch'io qui per il viaggio sperimentale, piacere Jhonatan -. In quel preciso momento entrò una ragazza, capelli neri, corti e  mossi. –Bene, vedo che vi siete portati avanti con le presentazioni, io sono Veronica-, disse con voce squillante e strinse la mano a tutti e due, poi chiese: -Viaggio sperimentale?- Annuimmo divertiti entrambi, la sua allegria e la sua voglia di vivere erano contagiose.

                                                                                                                                                                                                                                    Ci sedemmo e dovemmo aspettare qualche minuto prima di veder arrivare l'ultimo della compagnia: lo vedemmo mentre chiedeva qualcosa alla reception e poi dirigersi verso la saletta con le poltroncine blu dove stavamo aspettando. Entrò e buttò un saccone, come quelli che si usano in palestra, su una poltroncina e si sedette su quella accanto: -Rocco, voi?- Capimmo subito che non era molto loquace. Veronica rispose per tutti: -Veronica, Iàn e Jonathan- disse indicandoci. Passammo pochi secondi in silenzio, ma che mi sembrarono ore, poi Rocco chiese: - Siete pronti per la partenza? -ma alla sua domanda non ci fu risposta perché una donna del dipartimento entrò e ci disse di seguirla; ci fece entrare in  un ampio ufficio dove, il capo di sezione ci ricordò, in modo dettagliato, i compiti di ognuno.

    Dopo due settimane e dopo ulteriori raccomandazioni, prendemmo posto nelle nostre capsule spaziali.     

    La partenza, come del resto le altre, fu emozionante; dopo circa una dieci avvistammo il pianeta e ci preparammo all’atterraggio. Il luogo, dove le nostre capsule si poggiarono, era ricoperto da una fitta erba grigiastra, in una sorta di fiume scorreva un liquido di colore giallo cerume. Iniziammo subito a          scattare foto e a prelevare campioni.

     

    Dopo circa un mese ci eravamo abituati a quel cielo verde palude, agli alberi grigi e rossastri e a quegli strani esseri di color rame simili a lucertole giganti, ma innocui. Il tempo passato insieme, mi aveva permesso di conoscere meglio gli altri: Veronica veniva da una famiglia prestigiosa, al contrario di Rocco che non aveva mai conosciuto i suoi genitori ed era stato adottato da una famiglia di media borghesia; legai specialmente con Jonathan di cui apprezzavo la sua correttezza e la sua grande professionalità. Avevamo tutti tra i 29 e i 31 anni; Veronica era fidanzata con Alex, un ragazzo della sua città e presto, come ci disse, si sarebbero sposati; Jonathan ci raccontò la sua relazione con Alessandro, si erano conosciuti alla scuola superiore, ma  i suoi genitori non avevano mai accettato la sua particolare inclinazione e l’avevano mandato via di casa. Anche se eravamo abbastanza diversi, tutti e quattro condividevamo l'amore per lo spazio e per la ricerca e questo meraviglioso pianeta ci offriva la possibilità di allargare le nostre conoscenze scientifiche.   

       

     

    Campo base 2 agosto - Anno 2102   

                                                                                                                                                                                                                                   Questa mattina mi sono alzato presto per godere dell’ultima alba di questo pianeta. Sono passati dieci mesi, abbiamo raccolto molti dati e campioni, è arrivato il momento per noi di tornare a casa.

    Verso le 12 le nostre capsule erano pronte, ma proprio mentre stavamo per partire, è iniziata una sorta di tempesta: calde gocce di liquido giallo scendevano dal cielo, campi di luce verdognola erano sopra di noi, è stato incredibile...siamo rimasti incantati a guardare quello strano fenomeno e non ci siamo accorti del violento campo energetico che ha colpito una delle nostre capsule di rientro, rendendola inutilizzabile. Siamo stati tutto il giorno impegnati nel cercare di riparare il guasto, ma niente, non ci siamo riusciti. Siamo partiti insieme e insieme dobbiamo tornare. Domani riproveremo.

     

    Campo base 7 settembre - Anno 2102   

                                                                                                                                                                                                                                   

    È un mese che tentiamo di porre rimedio al guasto. Abbiamo cercato di stabilire un contatto con la Terra, ma il campo energetico ha bruciato tutti i computer di bordo. Le provviste scarseggiano, la nostra riserva di ossigeno è arrivata al limite; dobbiamo prendere una pesante decisione: partire al più preso, ma per uno di noi non ci sarà speranza, …ma chi lasciare a morire su questo pianeta?

    Questa mattina sono riuscito a convincere Jonathan e Veronica ad entrare nelle loro capsule, ora saranno in viaggio. Rocco ha insistito per rimanere, ma io mi sono opposto, è stato allora che gli raccontato della mia brutta malattia, dei pochi mesi di vita che mi rimangono, tornare sulla Terra non cambia di certo la mia sorte. Ci siamo abbracciati e abbiamo pianto come bambini; Rocco è entrato nella capsula, consapevole che non ci saremmo mai più rivisti. Una grande polvere si è alzata nel momento del decollo, anche lui è sulla rotta di casa. 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

    Campo base 13 settembre - Anno 2102   

     

    Il mio ossigeno è finito, mi restano pochi minuti di vita.

    Mi ricordo ancora le esatte parole del mio amico Makarov, le parole che hanno cambiato il mio modo di vedere la vita ed è con il suo nome che voglio chiamare questo pianeta: Pianeta Makarov.

     

    Luberti Morena, 3 Roccamontepiano

    di Morena Luberti


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